Giuseppe Pontiggia

 

Conobbi Giuseppe Pontiggia al Teatro Verdi a Milano nel lontano 1995. Partecipai al corso su Come parlare, un mero pretesto per incontrare in carne ed ossa uno degli esponenti più significativi della narrativa italiana del secondo novecento (l’aspetto paradossale della società della comunicazione è l’impoverimento del linguaggio orale). L’obiettivo del corso su Come parlare era quello di migliorare, di rendere più incisivo e personale il proprio linguaggio orale. Pontiggia conduceva anche i famosi corsi di scrittura dove il maestro ti insegnava a riconoscere la gabbia retorica che contraddistingue la prosa incisiva, da quella narrativa a quella saggistica, da quella degli storici a quella dei giornalisti, individuando i limiti e l’angustia dei gerghi. Conservo la dedica che il maestro mi scrisse sul suo libro Il giardino delle Esperidi: «A Mario, grato per la partecipazione intensa e concentrata al mio corso. Milano, 13 maggio 1995». Pontiggia era più alto di me (io sono alto un metro e ottanta), era sempre sorridente, ma il suo sorriso era velato di tristezza. Il compito di ogni vera educazione, per Pontiggia come per Bartolomeo de Las Casas, consisteva nel liberarci da quella che avevamo imparato. Non diceva di liberarci dalla cattiva educazione, perché sarebbe stato ovvio, ma dall’educazione che avevano ricevuto, anche quella buona. Egli non era credente: «Per me non c’è la fede ma c’è il mistero. Il mistero, lo dicono anche i fisici quanto più lo studi tanto più si dilata». Pontiggia detestava l’ottimismo esibito « perché riflette il disprezzo per la verità». «I veri pessimisti», aggiungeva «sono quelli che fanno dell’ottimismo la loro bandiera». Egli amava l’etica scettica di Giuseppe Rensi: un’etica consapevole dei limiti della ragione, rispettosa delle tradizioni, aperta al nuovo e che non arriva all’intransigenza e al fanatismo proprio perché riconosce i propri limiti. Egli amava la fantasia: «Per essere realisti ci vuole molta fantasia» . Ma che cos’era la fantasia per Pontiggia? «Per me», diceva il maestro « la fantasia è la capacità di cogliere l’evidenza, perché spesso l’evidenza si sottrae allo sguardo. Spesso non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi. La fantasia, quando ha questo carattere di sguardo che si apre alla realtà, trova il consenso degli altri». Pontiggia era il consulente della prestigiosa casa editrice Adelphi, un fine critico letterario, ma soprattutto un formidabile bibliofilo. La sua biblioteca superava i 30.000 volumi.

Giuseppe Pontiggiaultima modifica: 2016-07-21T09:07:54+00:00da dean15
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